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Il fuoco sacro – le radici pagane di un rito popolare

Il fuoco sacro – le radici pagane di un rito popolare
di Roberta Tinarelli

“Il fuoco è un simbolo naturale di vita e passione, sebbene sia l’unico elemento nel quale nulla possa davvero vivere”

(Susanne K. Langer)

 

L’eco di un glorioso passato

Dietro le fiamme di un falò che arde in un giorno di festa, si nascondono significati antichi come il mondo. È il retaggio di una koinè millenaria – comune a molti popoli europei e mediterranei – che sopravvie nelle nostre tradizioni senza che ce ne rendiamo conto. Quello del fuoco è un rito che accomuna luoghi e culture diverse, un gesto semplice, eppure straordinariamente evocativo ed emozionale.

Nell’ambito della festa di paese, il fuoco contribuisce ad aumentare lo spirito di condivisione. Ci invita al raccoglimento, a prenderci una pausa dal trambusto della vita moderna per riscoprire la bellezza delle cose semplici. Nella tradizione popolare il fuoco è uno strumento di purificazione per lasciarsi alle spalle il vecchio e propiziare il nuovo. Il calore delle fiamme tiene lontano l’inverno e tutto ciò che simboleggia: il gelo, l’isolamento, la morte.

 

Il fuoco sacro rubato agli dèi

Il fuoco è un elemento cardine nella religione pagana. Non solo rappresenta il lume della civiltà in contrapposizione al mondo selvaggio, ma si presta ad allontanare tutto ciò che è male, a ricacciare le ombre dall’oscurità da cui provengono.

In molti miti ritroviamo il valore fondamentale del fuoco, come in quello di Prometeo. Il titano rubò il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini, affinché potessero uscire dallo stato di barbarie e paura in cui vivevano. Prometeo scontò una condanna terribile per il suo gesto, colpevole di aver spogliato gli dèi di un bene di lusso per farlo cadere in mani indegne.

fuoco sacro
Prometeo ruba il fuoco agli dèi in un’opera di Jan Cossiers

Per millenni il fuoco sacro è stato al centro d’importanti celebrazioni e riti di passaggio, perpetuati soprattutto in ambito contadino. Accendere un falò serviva per scacciare il maligno, ma anche per consacrare e purificare il terreno così da assicurarsi un buon raccolto. Bruciare i rami secchi e spargerne le ceneri sui campi assicurava la fertilità della terra, principale fonte di sostentamento nel mondo agro-pastorale.

L’accensione del falò aveva un significato anche simbolico, poiché in esso veniva metaforicamente bruciato l’anno vecchio, specie in periodi cruciali come il solstizio d’inverno.  Bisognava sostenere la luce nel  momento in cui le tenebre sembravano avere la meglio. Le alte fiamme salivano al cielo nel tentativo di dare man forte al Sole, impegnato nella sua difficile ascensione.

Oltre al calore e alla luce, un altro mezzo infallibile per scacciare il male era – ed è – il rumore. Durante i rituali si produceva un fracasso talmente molesto da tener lontani anche gli spiriti più malvagi. I moderni fuochi d’artificio non sono che la sintesi perfetta di fuoco e rumore.

 

Il falò al tempo del Cristianesimo

La lotta alle tenebre non è una prerogativa solo pagana, ma rappresenta il fulcro di quasi tutte le religioni. Nell’avvicendarsi delle epoche, il “testimone” è passato nelle mani del culto cristiano che l’ha accolto trasformandone la forma ma non la sostanza.

Nelle feste religiose italiane ritroviamo immancabilmente tutti quei lasciti della tradizione antica che sono sopravvissuti attraverso i secoli. Il fuoco è un elemento centrale del Cristianesimo (la luce del bene che sconfigge l’oscurità del male) e lo ritroviamo, seppur in piccolo, nell’uso di accendere candele, ceri e lumini. In alcune feste tradizionali, tuttavia, il legame con la tradizione pagana è molto più accentuato ed evidente.

Alcuni santi sono fortemente associati al fuoco sacro, come ad esempio Sant’Antonio Abate, San Giovanni, San Lorenzo, Santa Barbara e Santa Lucia. L’accensione del falò, nella nostra cultura, è poi collegata al giorno dell’Immacolata Concezione di Maria, l’8 dicembre.

Per trovare il nesso con la tradizione pagana basta notare le date in cui questi santi sono celebrati. Si scoprirà che corrispondono a solstizi, equinozi e altre festività scomparse. Molto spesso il culto cristiano si è sovrapposto a quello pagano, rimpiazzando dèi e spiriti con santi e madonne. Oggi come allora, queste feste celebrano la luce che deve necessariamente trionfare sul buio e sul freddo, sostenuta dalla devozione dei fedeli.

notte dei faugni falò atri fuoco
Il momento dell’accensione dei Faugni, ad Atri

Una tradizione più viva che mai

Il rito del fuoco sacro sopravvive in ogni parte d’Italia, dalle Alpi fino all’Etna. Il periodo con maggior frequenza di feste legate al fuoco è l’inverno, quando luce e calore sono più vulnerabili che mai. Ricorrenze come il solstizio d’inverno e il Sole Invitto sono sostituite da Natale (24 e 25 dicembre), l’Immacolata (8 dicembre), Santa Lucia (13 dicembre), San Nicola (5 e 6 dicembre) e Sant’Antonio Abate (16 e 17 gennaio).

Il fuoco sacro illumina anche le celebrazioni primaverili di San Giuseppe (19 marzo, equinozio) e San Giovanni (24 giugno, solstizio), quelle estive come Ferragosto (15 agosto, Ferie Augusti) e quelle autunnali dedicate a San Martino (10 e 11 novembre) che chiudono l’anno contadino.

Così, anno dopo anno, si conclude un ciclo e se ne apre uno nuovo. Le tappe del calendario agreste rispettano l’alternarsi delle stagioni nell’eterna rincorsa tra luce e ombra, vita e morte.

Così anche noi, figli dell’epoca digitale, ripetiamo quei gesti e partecipiamo all’intramontabile danza con un velo d’inconsapevolezza e innato fervore.


Per approfondire:

Riti del fuoco in Abruzzo: le Farchie

Riti del fuoco in Abruzzo: i Faugni

Proposte di lettura:

Il fuoco. Simbolismo e pratiche rituali

 

 

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